Negli ultimi tempi ho studiato un poco matematica finanziaria. Non ho approfondito, ma mi sono fatto un’idea sul funzionamento degli investimenti finanziari. Cercherò innanzitutto di descrivere la struttura generale, poi farò alcuni commenti.
La finanza è basata su due elementi: teorie matematiche e ipotesi economiche generali. In breve, le ipotesi astratte consentono di applicare una serie di teoremi molto potenti, che forniscono infine dei consigli pratici: quando e come è più conveniente investire, quando invece c’è rischio di crisi, e così via. Obiettivo della teoria finanziaria è massimizzare il guadagno dell’investitore.
Come spesso accade in matematica applicata, un punto debole di tutto l’apparato sono le ipotesi iniziali. Alcune di esse risultano all’uomo comune piuttosto irreali, ad esempio:
- il mercato ha liquidità infinita, cioè gli investitori non hanno mai problemi nel convertire le azioni in denaro;
- gli scambi avvengono senza interruzioni, cioè la borsa è aperta giorno e notte, tutti i giorni dell’anno;
- esistono degli investimenti a rischio nullo e tasso di interesse positivo (e basso): le banche e gli Stati.
L’ultima ipotesi riportata è particolarmente azzardata. La teoria non indaga le origini della ricchezza, ma prende come dato di fatto che alcuni grandi soggetti economici (le banche, gli Stati) siano capaci, misteriosamente, di generare interessi senza assumersi alcun rischio.
In questo senso la finanza è una teoria locale, che “vede” solo quello che succede vicino all’investitore (i prezzi, i contratti) ed è cieca e disinteressata riguardo alla società economica nella sua globalità.
Un atteggiamento simile è irresponsabile, pericoloso e potenzialmente autodistruttivo. La teoria finanziaria viene applicata tutti i giorni nelle borse di tutto il mondo, ma nessuno (!) è in grado di controllare nel dettaglio la provenienza della ricchezza e delle merci.
Ciononostante, alcuni punti possono essere fissati:
- il livello di competenza (matematico-economica) necessario per investire in borsa è molto alto; per questo i grandi istituti, che raggruppano i più brillanti analisti fianziari, sono largamente avvantaggiati rispetto ai singoli investitori; ne consegue che la borsa è un sistema che succhia ricchezza da un gran numero di “ignoranti” e la concentra nelle mani di pochi, potenti soggetti economici (banche d’affari, società finanziarie);
- la finanza prospera sul debito pubblico, perché si basa sull’esistenza di debiti sicuri a tasso positivo (titoli di Stato); poiché i debiti dello Stato vengono pagati dai cittadini tramite le tasse, la borsa trasferisce denaro da un gran numero di cittadini “tassati” a una ristretta cerchia di soggetti economici forti (vedi sopra);
- la speculazione succhia ricchezza dai lavoratori che producono le merci, gonfiando i prezzi e pigliandosi la differenza;
- l’aumento dei prezzi causato dalla finanza genera pressione concorrenziale sui soggetti economici “reali” (imprenditori, lavoratori), concentrandosi sui più deboli (imprese in difficoltà, lavoratori sfruttati).
In particolare, l’ultima considerazione lascia intuire che il “cappello finanziario” dell’economia rappresenti un fattore importante nel mantenimento dello status quo socio-economico squilibrato tipico dell’età contemporanea (fame nel mondo, lavoro minorile).
Ovviamente, per gli investitori più accorti, la finanza genera un sacco di soldi. Ne vale la pena?















