Lo spunto per questo articolo viene dal libro di Colin Beavan, Un anno a impatto zero, Cairo ed. 2010. L’autore sperimenta per un anno una vita a basso impatto ambientale: niente rifiuti, niente mezzi di trasporto inquinanti, niente sprechi. Tutto il libro è interessante, ma una frase in particolare mi ha colpito. L’autore si lamenta che i cartoni della pizza d’asporto siano fatti di materiali usa e getta:
Non c’era motivo di mettere la pizza su un vassoio fatto con un albero morto. I cervelloni della nostra cultura non riuscivano a trovare un modo ecologicamente razionale per fare certe cose?
Ora, vi potrete immaginare la scena: io sono un cervellone! Il termine in sé non mi piace, ma il significato è quello, cioè scenziato, intellettuale, uno che lavora più con la testa che con le braccia. E la domanda è pertinente e disarmante. Come sempre, la domanda semplice è la più efficace.
Viviamo nell’epoca di maggiore fioritura della cultura umana. Non voglio sminuire le civiltà precedenti, ma pensate solo ai sistemi educativo e informativo nei Paesi industrializzati. Le scuole pubbliche, le biblioteche, i musei; e le antologie, i giornali, internet. E pensate alla ricerca scientifica: alla Fisica Quantistica, all’Ingegneria Genetica, alla Neuroscienza Cognitiva. E pensate, infine, all’industria; all’immensa complessità di un’automobile, alla straordinaria abitudine degli aeroplani, ai miliardi di transistori contenuti in un microprocessore per cellulari. Possibile che una simile società non riesca a risolvere un problema come quello dei vassoi della pizza?
Non credo. Gli scienziati del nostro tempo non lo cercano nemmeno, un modo “ecologicamente razionale”. Gran parte dei nostri cervelloni lavorano per società private a scopo di lucro. Il loro lavoro consiste nello sviluppare tecnologie vendibili; i modi “ecologicamente razionali” vengono ricercati soltanto se da essi si può trarre un profitto. In questo caso, la creatività viene ingabbiata dalle necessità commerciali. Poi, una parte degli scienziati è impiegata nella ricerca pubblica. Essi sono in parte slegati dalla logica del profitto, ma la loro attività è quasi sempre scoordinata, e spesso mirata più alla soddisfazione di curiosità intellettuali che alla soluzione di problemi reali. La società e la politica non esercitano alcuna pressione affinché la ricerca sia concentrata sui temi centrali del mondo contemporaneo. Lo scienziato è libero quanto un vecchio rudere in disuso: abbandonato a se stesso.
Eppure, sono convinto che molti di questi scienziati sarebbero ben contenti di contribuire su questioni importanti come il cambiamento climatico, i rifiuti, l’energia pulita. Rifletteteci: la situazione è paradossale. La società spende cifre esorbitanti per formare gli intellettuali: la matematica, la filosofia, la storia. Alla fine, essi sono pronti per ricambiare, mettendo a frutto la loro eccezionale miscela di creatività esplosiva e cultura profonda. Allora, proprio nel momento in cui sono più produttivi, gli scienziati vengono sprecati, per sviluppare dentifrici più rinfrescanti o pneumatici più performanti, o per scrivere articoli insignificanti su riviste specialistiche di nicchia. Ed essi, distratti dalle questioni cruciali, frustrati da occupazioni noiose con scopi ridicoli, vivono la vita come un diversivo, ripetendosi che in fondo sì, quello che desiderano, è solo un altro televisore al plasma.















