della lotta per una società migliore

Nei giorni scorsi ho letto un breve saggio di Gherardo Colombo, Sulle Regole, ed. Feltrinelli, 2008. Vi si tratta, come si intuisce dal titolo, il tema dell’importanza delle regole per la convivenza pacifica delle persone. Cito dalla “prefazione”:

Ho lasciato la magistratura dopo oltre trentatrè anni, dopo aver fatto prima il giudice, poi il pubblico ministero, poi di nuovo il giudice. Mi sono dimesso perché indagine dopo indagine, processo dopo processo, sentenza dopo sentenza mi sono convinto che sarebbe stato impossibile - da quel momento - contribuire a rendere l’amministrazione della giustizia meno peggio di quel che è. Progressivamente mi sono convinto che, perché la giustizia cambi, sarebbe stato utile piuttosto intensificare quel che già cercavo di fare nei momenti lasciati liberi dalla professione: girare per le scuole, università, parrocchie, circoli e in qualunque altro posto mi invitassero a dialogare sul tema delle regole. [...] La giustizia non può funzionare se i cittadini non comprendono il perché delle regole. Se non lo comprendono, tendono a eludere le norme, quando le vedono faticose, e a violarle, quando non rispondono alla loro volontà. [...] Mi sono dimesso per portare il mio granellino di sabbia sulla strada del cambiamento. Queste pagine sono una parte di quel granellino.

Bastano queste poche parole, credo, per capire che il libro affronta, con lucidità sorprendente e semplicità invidiabile, un argomento chiave della vita di ciascuno di noi, la teoria e la pratica della giustizia.

Gherardo Colombo, Sulle regole, ed. FeltrinelliChe ci piaccia oppure no, noi tutti facciamo parte, dalla nascita, di una società complessa che si basa sull’accettazione, da parte dei suoi membri, di alcune regole ben precise. Queste possono essere espresse in maniera più o meno formale tramite principi filosofici o religiosi, leggi e codici, o semplicemente buon senso. Ad esempio, possiamo liberamente incontrarci ed esprimere le nostre opinioni politiche, mentre non ci è consentito rubare la macchina del nostro vicino di casa, né copiare i CD musicali dagli amici. La scelta di aderire a questa società non viene compiuta in maniera esplicita: ognuno di noi entra nella società nel momento stesso in cui vede la luce, probabilmente anche prima, e non può dire: “Queste regole non mi stanno bene, io me ne vado”, semplicemente perché non c’è alcun posto dove andare. Certo, qualcuno può scappare dal suo paese natale o ritirarsi ai bordi del deserto, ma in tutto il mondo, per sopravvivere, bisogna avere a che fare con altri esseri umani, e questo comporta invariabilmente delle regole da rispettare.

Il processo di creazione, imposizione e verifica delle regole è complicato, ma può essere con successo semplificato secondo due possibili modelli: quello verticale e quello orizzontale.

Per modello verticale si intende un sistema di rapporti umani organizzato secondo gerarchie e privilegi. La società è più o meno piramidale e chi è in posizione più elevata gode di fatto di maggiori diritti rispetto a chi è alla base. Nel passato, le strutture gerarchiche erano estremamente diffuse a livello politico, basti pensare agli esempi più chiari: feudalesimo, antico Egitto. Ancor oggi però la struttura verticale è il modello dominante nel mondo economico e nel diritto internazionale: una persona ricca può accedere a cure mediche migliori, gli stati più ricchi possono imporre le loro volontà a quelli poveri e indebitati. La stessa idea vale anche per le regole: chi è più forte/ricco/furbo impone le proprie regole agli altri.

Friendship - II

Al contrario, il modello orizzontale si basa sulle due assunzioni fondamentali: che tutte le persone hanno la stessa dignità, gli stessi diritti effettivi e lo stesso peso nelle decisioni sulle regole comuni, e che la convivenza e la felicità si fondano sul riconoscimento e sull’empatia reciproci. Questo modello è preso come fonte di ispirazione dalle costituzioni moderne, come quella italiana, e dalla dichiarazione fondamentale dei diritti dell’uomo, ma spesso è poco applicato nella pratica.

Nella storia dell’uomo la società è spesso, ma non sempre, stata organizzata secondo principi verticali, per cui è ovvio che la transizione verso una società migliore, orizzontale, sia difficile e incontri molte opposizioni. Tuttavia non si pensi che il cambiamento, a causa della sua lentezza, è impossibile o inefficace. Anche nell’antica Roma nessuno pensava che si potesse fare a meno della schiavitù, e ora è stata, almeno formalmente, abolita: abbiamo realizzato il sogno di Spartaco! Cito:

Ma come sono diventati possibili altri stravolgimenti epocali prima impensabili, così può essere finalmente maturo anche il tempo perché ci si riconosca e ci si accetti invece di rifiutarsi reciprocamente.

La democrazia in cui abbiamo la fortuna di vivere, per la cui instaurazione così tanti uomini e donne sono vissuti e morti, ci fornisce finalmente il trampolino per tentare questo salto verso una società migliore, in cui i pregiudizi siano relegati negli angoli del nostro cuore, in cui la competizione lasci spazio alla collaborazione, e la diffidenza verso l’altro alla curiosità e all’apprezzamento di ciò che è diverso. Per migliorare non basta però lamentarsi dei problemi, bisogna contribuire alla loro soluzione. Ciascuno di noi può fare poco, ma può. Può, cavolo, può! Cito:

E’ il percorso, non il traguardo, a riempire la persona del proprio valore e della propria dignità. Tutti noi siamo sul percorso, dipende da ognuno di noi dove questo ci porterà.

della sete

Ho da poco finito un libello di Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua. Il tema del saggio verte attorno all’economia e più in generale alle strategie di utilizzo dell’acqua nelle varie parti del mondo, con particolare attenzione alla situazione indiana. Vi sono descritte numerose situazioni particolari che partecipano alla trasmissione del messaggio complessivo del testo, cioè che le organizzazioni nazionali, sovranazionali e multinazionali, pubbliche e private, sottostimano pericolosamente l’importanza dell’acqua come mezzo di sostentamento insostituibile alla vita umana.

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L’acqua infatti tende sempre più ad essere equiparata, dal punto di vista economico, agli altri prodotti alimentari quali carne, frutta, cereali. Alle grandi corporation del settore acquifero viene concesso di incamerare profitti, sul commercio globalizzato dell’acqua in bottiglia così come sull’acquisto di fonti e pozzi nelle zone di carenza idrica. Si dimentica, in questa logica, la peculiarità fondamentale dell’acqua rispetto a tutte le altre merci: essa è insostituibile. Con l’acqua si fanno tutti gli altri alimenti: il latte, i succhi, la frutta, i cereali stessi vengono prodotti attraverso tecniche di agricoltura a irrigazione intensiva - si pensi al riso.

Questo è l’altro punto importante trattato nel libro: la Rivoluzione Verde. In poche parole, il boom demografico mondiale del ventesimo secolo, che ha spezzato le catene malthusiane del rapporto uomo-natura, è stato possibile solo grazie allo sviluppo e all’applicazione massiccia, nell’agricoltura, di tecniche concimative chimiche. Esse sono però inutili se non affiancate a impianti di irrigazione, di grosse dimensioni ed enormi consumi idrici. L’idea dello sfruttamento dei terreni a fini puramente economici, così ortodossamente capitalista, ha portato, in molte zone del mondo, ad un impoverimento dei terreni e - circostanza ben peggiore - ad un inaridimento imprevisto ed estremamente rapido delle falde acquifere.

Le guerre dell'acqua, edizioni FeltrinelliComunità che per secoli hanno convissuto in armonia con i loro ecosistemi idrici si sono ritrovate, nel giro di qualche decennio, a corto o a secco di acqua, quindi sono state costrette al rifornimento tramite autobotti o, più frequentemente, alla migrazione. Sistemi idrici complessi ed efficienti, come quello delle cisterne nell’india antica, sono stati spazzati via dagli invasori coloniali in nome del progresso e sostituiti con alternative squilibrate e pericolose, come i pozzi tubolari e le grandi dighe.

Il libro è breve - sì e no 150 pagine - ma molto denso di aneddoti, ragionamenti, citazioni, spiegazioni dettagliate. Credo sia non solo molto interessante e stimolante, ma anche una lettura civilmente importante. Noi occidentali abbiamo la fortuna - non c’è altro termine adatto a questo contesto - di essere nati e vissuti in zone climatiche, economiche e geopolitiche favorevoli, così l’acqua ci sembra un fatto scontato. Come dire: c’è! Non dobbiamo però illuderci che questa abbondanza sia ormai un diritto acquisito e alieno da minacce. Proprio in Italia sono sorti negli ultimi anni dei movimenti di popolo contro le iniziative di privatizzazione delle reti idriche; semplicemente, la gente si è resa conto di pagare il doppio per un servizio peggiore. Noi trentini poi, così fortunati dal punto di vista della buona acqua grazie alle nostre montagne, non dimentichiamoci l’inquinamento dell’Adige e delle falde cittadine a causa delle industrie chimiche e della discarica. Non fingiamo di ignorare l’arretramento inerorabile dei ghiacchiai delle Alpi, a causa del riscaldamento globale. Infine noi Italiani, popolo acquifero per eccellenza, difendiamo il nostro diritto al sostentamento, alla buona acqua gratuita, e facciamo sì che gli sciacalli speculino da qualche altra parte. O cambino professione, che poi sarebbe un bene per tutti.

le scienze tabulari e la complessità della natura

Qualche giorno fa ho avuto l’occasione di partecipare ad un dibattito con il prof. Laughlin, vincitore del premio Nobel per la fisica nel 1998 per la spiegazione dell’effetto Hall quantistico frazionario. La discussione verteva intorno al concetto di legge naturale.

Ci sono al mondo due tipi di scienze. La fisica e la matematica tendono ad essere scienze sintetiche, cercano cioè di ricondurre le innumerevoli manifestazioni della natura a pochi principi primi comprensibili, basandosi sull’assunzione che la natura stessa possegga una intrinseca struttura logica e conoscibile. La biologia, la chimica, la medicina sono invece scienze analitiche, prendono come punto di partenza per la loro indagine l’ipotesi operativa che la natura abbia troppe diverse sfaccettature per poter essere racchiusa in semplici schemi mentali.

Le metodologie di lavoro delle scienze sintetiche favoriscono appunto la sintesi, la compattezza. Per un matematico, una formula lunga e complessa è molto meno elegante di un’altra più breve e densa di significati. Ecco allora che sorge l’uso del linguaggio simbolico, delle variabili, delle equazioni. Il loro valore risiede proprio nella capacità di concentrare infiniti problemi, situazioni ed esempi in poche lettere. Questo densità conoscitiva è anche la fonte delle difficoltà di interpretazione che molti studenti incontrano nelle lezioni di matematica o di fisica. La conoscenza viene trasmessa in maniera discontinua, a salti: ogni equazione è come un autocarro di informazioni, che vanno considerate, valutate, ordinate, ricordate.

LeJellyfish - Thanks to jackson.chu scienze analitiche, al contrario, trovano questo modo di procedere scomodo e restrittivo. Non c’è speranza di comprimere tutte le malattie infettive in una formula matematica: sono troppe e troppo variegate nelle loro manifestazioni! Di conseguenza, il lavoro degli scienziati analitici consiste principalmente nel produrre imponenti liste e enormi cataloghi, contenenti tutto lo scibile raccolto. I libri di biologia sono, per gran parte, dei lunghi elenchi delle strutture biologiche e delle loro rispettive proprietà. Lo studio delle materie analitiche è quindi più progressivo, una tabella oggi, una descrizione domani, e così via. Lo svantaggio principale di questo sistema è che i tempi di apprendimento si dilatano notevolmente: non a caso i medici studiano dieci e più anni all’università. In altre parole, in questi campi non è tanto utile l’abilità di padroneggiare i significati intrinseci e comtemporanei di una nozione compatta, quanto la memoria e la porosità mentale ai numerosissimi nuovi concetti.

Nelle storie della filosofia e della scienza si trovano opinioni diverse sul significato di legge naturale. Posto che la gravità è di certo una legge naturale, come possiamo verificare ogni volta che inciampiamo e ci rompiamo il naso - o anche no! - che dire dell’elenco di tutti gli insetti che popolano la foresta? E’ anch’essa una legge naturale, oppure no? Kant avrebbe risposto negativamente: “La biologia non sarà mai una scienza!”. In effetti, se consideriamo, per rimanere nell’esempio, questa lista come una legge naturale al pari della gravità, che fare quando una specie si estingue, magari per cause umane? La legge naturale non è più valida, o va solo cambiata? Ma si potrà cambiare una legge naturale per conseguenza dell’attività umana?

formulas - Thanks to giambroxLa mia opinione in proposito è la seguente. E’ assurdo considerare le leggi naturali come immutabili, siano esse anche le più convincenti e generali, come la gravità o le equazioni di Maxwell. Niente e nessuno ci garantisce, come già aveva visto Hume, che l’attrazione tra i pianeti non cambi con il tempo, né che la Terra non smetta di esistere domani mattina. Certo, il mondo gira intorno al Sole da miliardi di anni e sembra piuttosto - meglio, molto - improbabile che questo meccanismo smetta di funzionare da un giorno all’altro. Tuttavia esempi meno estremi di questo, come i cambiamenti nei sintomi delle malattie o le modifiche genetiche nei batteri, appaiono molto più convincenti. In definitiva, siamo noi a dover decidere quale confidenza attribuire ad ogni legge, principio, elenco o esperimento. Siamo noi stessi, noi scienziati, studenti, profani ad attribuire alla scienza il suo valore. La scienza vive della nostra fiducia in essa.

del risparmio energetico

Negli ultimi tempi il problema ambientale è all’attenzione della stampa. Si sente parlare sempre più spesso di riscaldamento globale, inquinamento, polveri sottili. A rincarare la dose si aggiungono i problemi economici e politici annessi: prezzo del petrolio e del gas, guerre in Iraq o minacce in Ucraina.

Il mondo occidentale risponde al problema nel modo classico, proponendo una soluzione basata sostanzialmente sulla tecnologia e sulla scienza. Questa risposta è piuttosto articolata:

  • energie rinnovabili
  • energia nucleare
  • biocombustibili
  • idrogeno
  • segregazione del carbonio

ma non pare molto realistica, almeno nel breve-medio periodo. Per convincersene si noti che tra i più inquinanti ci sono Paesi in via di sviluppo come Cina, Russia, India, per i quali Milluminodimenola questione ambientale non è proprio ai primi posti nella lista delle preoccupazioni.

Nonostante le prospettive non siano affatto rosee, esiste un approccio alternativo al problema, che ha delle potenzialità di efficacia ed incisione significative anche nel breve periodo. L’idea di base è che, per non sprecare l’energia, oltre a migliorare l’efficienza dobbiamo anche ridurre i consumi.

Nessuno si aspetta che gli occidentali spengano il riscaldamento d’inverno! Però alcune modifiche semplici al nostro stile di vita possono portare dei benefici importanti. Passiamo ai fatti:

  • cercare di utilizzare i mezzi pubblici (auto, treno) anziché quelli privati (auto, moto), soprattutto in città;
  • non superare i 20°C in casa di giorno, i 18°C di notte;
  • lavare i piatti con la lavastoviglie e senza scacquarli tre volte prima;
  • non lasciare il computer acceso di notte a scaricare “tanto per darci un’occhiata”;
  • fare la raccolta differenziata;
  • spegnere la luce uscendo da una stanza;
  • utilizzare le lampadine a risparmio energetico;

Ricordo inoltre che venerdì 15 febbraio è la giornata del risparmio energetico, grazie all’iniziativa Milluminodimeno. Partecipate!

l’uomo non è fatto per essere libero

Il più grande merito della democrazia capitalistica “all’occidentale” sulle altre forme di organizzazione della società è la libertà, sotto varie forme:

  • libertà di organizzazione: di riunione, di associazione, di gestione del proprio tempo;
  • libertà di espressione: di pensiero, di parola, di stampa;
  • libertà di circolazione: delle merci, degli uomini.

E’ ovvio che, in un contesto sociale, libertà non significa assenza di regole, come qualcuno tautologicamente e stupidamente interpreta, bensì presenza di regole elastiche e permissive, compatibilmente con l’esigenza di stabilità e sicurezza di una società pacifica. E’ altresì evidente che, in una società in cui tutti i cittadini godono degli stessi diritti, la libertà va intesa nel senso di libertà reciproca - io lascio che tutti siano liberi, in cambio tutti lasciano che io sia libero.

Noi “popoli liberi” siamo molto attaccati a questa caratteristica, tanto da definire “incivili”, “barbari” o “medievali” quei quadri politico-sociali in cui la libertà dei cittadini non è ai primi posti nella scala dei valori. Addirittura si vorrebbe costringere tutte le società a inglobare la libertà individuale tra i diritti fondamentali dell’uomo, chi con mezzi leggeri - dichiarazione dei diritti dell’uomo - chi con la forza - guerre per l’esportazione della democrazia.

A questo proposito vorrei proporre due riflessioni.

Primo, una considerazione quasi banale. I vincoli alla libertà non sono sempre esplicitati sotto forma di leggi, ordinanze o simili. Esistono almeno due generi di vincoli impliciti: le convenzioni sociali di cui si conosce l’esistenza ma non i contorni precisi; e le influenze semiconscie o subconscie, che indirizzano le nostre scelte in maniera molto più automatica, senza quasi o punto che ce ne rendiamo conto. Come esempio di convenzione sociale, si pensi alle forme di cortesia della lingua, utilizzate anche in contesti paradossali - “Prego, gentile cliente, le ricordiamo che se non rientra con i debiti entro una settimana la banca dovrà procedere al pignoramento della sua abitazione.”; un esempio di condizionamento subconscio è invece la pubblicità, che genera i “desideri indotti”, di solito oggetti costosi ed inutili di cui sentiamo un bisogno ingiustificato - il videotelefonino, l’abito di D&G.

Secondo, e qui entriamo nel cuore del problema, non dobbiamo dimenticare che la libertà reciproca deve sempre essere accompagnata dall’aiuto reciproco - io aiuto tutti, in cambio tutti mi aiutano. Il cittadino libero compie delle scelte, che comportano delle conseguenze. In teoria, al momento della scelta dovrebbe valutare attentamente le conseguenze, così da evitare brutte sorprese, ma in pratica c’è sempre un certo margine di rischio in ogni scelta, a maggior ragione in una società capitalistica. Se si vuole evitare una situazione di immobilità in cui nessuno fa uso delle proprie libertà per paura delle conseguenze e dei rischi a esse collegati, occorre necessariamente approntare un sistema di aiuto reciproco dei cittadini. Nessuno sta sempre bene o sempre male: chi sta bene oggi starà male domani, e viceversa. Bisogna creare una rete sociale in cui l’aiuto non venga dall’esterno - lo stato - bensì: chi sta bene ora aiuta chi sta male ora. L’idea di base è che un uomo libero ma solo sta peggio di uno parzialmente vincolato ma circondato da persone care. L’uomo non è fatto per essere libero.

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