Archivio per Maggio 2008

della sete

Ho da poco finito un libello di Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua. Il tema del saggio verte attorno all’economia e più in generale alle strategie di utilizzo dell’acqua nelle varie parti del mondo, con particolare attenzione alla situazione indiana. Vi sono descritte numerose situazioni particolari che partecipano alla trasmissione del messaggio complessivo del testo, cioè che le organizzazioni nazionali, sovranazionali e multinazionali, pubbliche e private, sottostimano pericolosamente l’importanza dell’acqua come mezzo di sostentamento insostituibile alla vita umana.

thanks to FreeBirD®

L’acqua infatti tende sempre più ad essere equiparata, dal punto di vista economico, agli altri prodotti alimentari quali carne, frutta, cereali. Alle grandi corporation del settore acquifero viene concesso di incamerare profitti, sul commercio globalizzato dell’acqua in bottiglia così come sull’acquisto di fonti e pozzi nelle zone di carenza idrica. Si dimentica, in questa logica, la peculiarità fondamentale dell’acqua rispetto a tutte le altre merci: essa è insostituibile. Con l’acqua si fanno tutti gli altri alimenti: il latte, i succhi, la frutta, i cereali stessi vengono prodotti attraverso tecniche di agricoltura a irrigazione intensiva – si pensi al riso.

Questo è l’altro punto importante trattato nel libro: la Rivoluzione Verde. In poche parole, il boom demografico mondiale del ventesimo secolo, che ha spezzato le catene malthusiane del rapporto uomo-natura, è stato possibile solo grazie allo sviluppo e all’applicazione massiccia, nell’agricoltura, di tecniche concimative chimiche. Esse sono però inutili se non affiancate a impianti di irrigazione, di grosse dimensioni ed enormi consumi idrici. L’idea dello sfruttamento dei terreni a fini puramente economici, così ortodossamente capitalista, ha portato, in molte zone del mondo, ad un impoverimento dei terreni e – circostanza ben peggiore – ad un inaridimento imprevisto ed estremamente rapido delle falde acquifere.

Le guerre dell'acqua, edizioni FeltrinelliComunità che per secoli hanno convissuto in armonia con i loro ecosistemi idrici si sono ritrovate, nel giro di qualche decennio, a corto o a secco di acqua, quindi sono state costrette al rifornimento tramite autobotti o, più frequentemente, alla migrazione. Sistemi idrici complessi ed efficienti, come quello delle cisterne nell’india antica, sono stati spazzati via dagli invasori coloniali in nome del progresso e sostituiti con alternative squilibrate e pericolose, come i pozzi tubolari e le grandi dighe.

Il libro è breve – sì e no 150 pagine – ma molto denso di aneddoti, ragionamenti, citazioni, spiegazioni dettagliate. Credo sia non solo molto interessante e stimolante, ma anche una lettura civilmente importante. Noi occidentali abbiamo la fortuna – non c’è altro termine adatto a questo contesto – di essere nati e vissuti in zone climatiche, economiche e geopolitiche favorevoli, così l’acqua ci sembra un fatto scontato. Come dire: c’è! Non dobbiamo però illuderci che questa abbondanza sia ormai un diritto acquisito e alieno da minacce. Proprio in Italia sono sorti negli ultimi anni dei movimenti di popolo contro le iniziative di privatizzazione delle reti idriche; semplicemente, la gente si è resa conto di pagare il doppio per un servizio peggiore. Noi trentini poi, così fortunati dal punto di vista della buona acqua grazie alle nostre montagne, non dimentichiamoci l’inquinamento dell’Adige e delle falde cittadine a causa delle industrie chimiche e della discarica. Non fingiamo di ignorare l’arretramento inerorabile dei ghiacchiai delle Alpi, a causa del riscaldamento globale. Infine noi Italiani, popolo acquifero per eccellenza, difendiamo il nostro diritto al sostentamento, alla buona acqua gratuita, e facciamo sì che gli sciacalli speculino da qualche altra parte. O cambino professione, che poi sarebbe un bene per tutti.

le scienze tabulari e la complessità della natura

Qualche giorno fa ho avuto l’occasione di partecipare ad un dibattito con il prof. Laughlin, vincitore del premio Nobel per la fisica nel 1998 per la spiegazione dell’effetto Hall quantistico frazionario. La discussione verteva intorno al concetto di legge naturale.

Ci sono al mondo due tipi di scienze. La fisica e la matematica tendono ad essere scienze sintetiche, cercano cioè di ricondurre le innumerevoli manifestazioni della natura a pochi principi primi comprensibili, basandosi sull’assunzione che la natura stessa possegga una intrinseca struttura logica e conoscibile. La biologia, la chimica, la medicina sono invece scienze analitiche, prendono come punto di partenza per la loro indagine l’ipotesi operativa che la natura abbia troppe diverse sfaccettature per poter essere racchiusa in semplici schemi mentali.

Le metodologie di lavoro delle scienze sintetiche favoriscono appunto la sintesi, la compattezza. Per un matematico, una formula lunga e complessa è molto meno elegante di un’altra più breve e densa di significati. Ecco allora che sorge l’uso del linguaggio simbolico, delle variabili, delle equazioni. Il loro valore risiede proprio nella capacità di concentrare infiniti problemi, situazioni ed esempi in poche lettere. Questo densità conoscitiva è anche la fonte delle difficoltà di interpretazione che molti studenti incontrano nelle lezioni di matematica o di fisica. La conoscenza viene trasmessa in maniera discontinua, a salti: ogni equazione è come un autocarro di informazioni, che vanno considerate, valutate, ordinate, ricordate.

LeJellyfish - Thanks to jackson.chu scienze analitiche, al contrario, trovano questo modo di procedere scomodo e restrittivo. Non c’è speranza di comprimere tutte le malattie infettive in una formula matematica: sono troppe e troppo variegate nelle loro manifestazioni! Di conseguenza, il lavoro degli scienziati analitici consiste principalmente nel produrre imponenti liste e enormi cataloghi, contenenti tutto lo scibile raccolto. I libri di biologia sono, per gran parte, dei lunghi elenchi delle strutture biologiche e delle loro rispettive proprietà. Lo studio delle materie analitiche è quindi più progressivo, una tabella oggi, una descrizione domani, e così via. Lo svantaggio principale di questo sistema è che i tempi di apprendimento si dilatano notevolmente: non a caso i medici studiano dieci e più anni all’università. In altre parole, in questi campi non è tanto utile l’abilità di padroneggiare i significati intrinseci e comtemporanei di una nozione compatta, quanto la memoria e la porosità mentale ai numerosissimi nuovi concetti.

Nelle storie della filosofia e della scienza si trovano opinioni diverse sul significato di legge naturale. Posto che la gravità è di certo una legge naturale, come possiamo verificare ogni volta che inciampiamo e ci rompiamo il naso – o anche no! – che dire dell’elenco di tutti gli insetti che popolano la foresta? E’ anch’essa una legge naturale, oppure no? Kant avrebbe risposto negativamente: “La biologia non sarà mai una scienza!”. In effetti, se consideriamo, per rimanere nell’esempio, questa lista come una legge naturale al pari della gravità, che fare quando una specie si estingue, magari per cause umane? La legge naturale non è più valida, o va solo cambiata? Ma si potrà cambiare una legge naturale per conseguenza dell’attività umana?

formulas - Thanks to giambroxLa mia opinione in proposito è la seguente. E’ assurdo considerare le leggi naturali come immutabili, siano esse anche le più convincenti e generali, come la gravità o le equazioni di Maxwell. Niente e nessuno ci garantisce, come già aveva visto Hume, che l’attrazione tra i pianeti non cambi con il tempo, né che la Terra non smetta di esistere domani mattina. Certo, il mondo gira intorno al Sole da miliardi di anni e sembra piuttosto – meglio, molto – improbabile che questo meccanismo smetta di funzionare da un giorno all’altro. Tuttavia esempi meno estremi di questo, come i cambiamenti nei sintomi delle malattie o le modifiche genetiche nei batteri, appaiono molto più convincenti. In definitiva, siamo noi a dover decidere quale confidenza attribuire ad ogni legge, principio, elenco o esperimento. Siamo noi stessi, noi scienziati, studenti, profani ad attribuire alla scienza il suo valore. La scienza vive della nostra fiducia in essa.