della sete

Ho da poco finito un libello di Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua. Il tema del saggio verte attorno all’economia e più in generale alle strategie di utilizzo dell’acqua nelle varie parti del mondo, con particolare attenzione alla situazione indiana. Vi sono descritte numerose situazioni particolari che partecipano alla trasmissione del messaggio complessivo del testo, cioè che le organizzazioni nazionali, sovranazionali e multinazionali, pubbliche e private, sottostimano pericolosamente l’importanza dell’acqua come mezzo di sostentamento insostituibile alla vita umana.

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L’acqua infatti tende sempre più ad essere equiparata, dal punto di vista economico, agli altri prodotti alimentari quali carne, frutta, cereali. Alle grandi corporation del settore acquifero viene concesso di incamerare profitti, sul commercio globalizzato dell’acqua in bottiglia così come sull’acquisto di fonti e pozzi nelle zone di carenza idrica. Si dimentica, in questa logica, la peculiarità fondamentale dell’acqua rispetto a tutte le altre merci: essa è insostituibile. Con l’acqua si fanno tutti gli altri alimenti: il latte, i succhi, la frutta, i cereali stessi vengono prodotti attraverso tecniche di agricoltura a irrigazione intensiva – si pensi al riso.

Questo è l’altro punto importante trattato nel libro: la Rivoluzione Verde. In poche parole, il boom demografico mondiale del ventesimo secolo, che ha spezzato le catene malthusiane del rapporto uomo-natura, è stato possibile solo grazie allo sviluppo e all’applicazione massiccia, nell’agricoltura, di tecniche concimative chimiche. Esse sono però inutili se non affiancate a impianti di irrigazione, di grosse dimensioni ed enormi consumi idrici. L’idea dello sfruttamento dei terreni a fini puramente economici, così ortodossamente capitalista, ha portato, in molte zone del mondo, ad un impoverimento dei terreni e – circostanza ben peggiore – ad un inaridimento imprevisto ed estremamente rapido delle falde acquifere.

Le guerre dell'acqua, edizioni FeltrinelliComunità che per secoli hanno convissuto in armonia con i loro ecosistemi idrici si sono ritrovate, nel giro di qualche decennio, a corto o a secco di acqua, quindi sono state costrette al rifornimento tramite autobotti o, più frequentemente, alla migrazione. Sistemi idrici complessi ed efficienti, come quello delle cisterne nell’india antica, sono stati spazzati via dagli invasori coloniali in nome del progresso e sostituiti con alternative squilibrate e pericolose, come i pozzi tubolari e le grandi dighe.

Il libro è breve – sì e no 150 pagine – ma molto denso di aneddoti, ragionamenti, citazioni, spiegazioni dettagliate. Credo sia non solo molto interessante e stimolante, ma anche una lettura civilmente importante. Noi occidentali abbiamo la fortuna – non c’è altro termine adatto a questo contesto – di essere nati e vissuti in zone climatiche, economiche e geopolitiche favorevoli, così l’acqua ci sembra un fatto scontato. Come dire: c’è! Non dobbiamo però illuderci che questa abbondanza sia ormai un diritto acquisito e alieno da minacce. Proprio in Italia sono sorti negli ultimi anni dei movimenti di popolo contro le iniziative di privatizzazione delle reti idriche; semplicemente, la gente si è resa conto di pagare il doppio per un servizio peggiore. Noi trentini poi, così fortunati dal punto di vista della buona acqua grazie alle nostre montagne, non dimentichiamoci l’inquinamento dell’Adige e delle falde cittadine a causa delle industrie chimiche e della discarica. Non fingiamo di ignorare l’arretramento inerorabile dei ghiacchiai delle Alpi, a causa del riscaldamento globale. Infine noi Italiani, popolo acquifero per eccellenza, difendiamo il nostro diritto al sostentamento, alla buona acqua gratuita, e facciamo sì che gli sciacalli speculino da qualche altra parte. O cambino professione, che poi sarebbe un bene per tutti.

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