Archivio per Agosto 2008

Utilità della fisica (2)

La ricerca di base è comunque utile. È vero. La ricerca di base è una conditio sine qua non per il progresso tecnologico e i benefici derivati. Senza macchina di Carnot non si costruisce il frigorifero. Senza la fluidodinamica non si progettano gli aerei. Ora però mi chiedo: è tutto qui? È tutta qui l’utilità della fisica di base?

Non voglio essere frainteso, non dico che è poco. Ma pensiamo un momento a noi, al nostro stile di vita, ai problemi quotidiani, alle nostre necessità. Pensiamo un attimo alle cose veramente importanti per noi. Per quanto mi riguarda: la mia famiglia e tutte le persone care, l’acqua, il cibo, i libri, la musica, le notti stellate, le emozioni, la fantasia… Che cosa può fare la fisica per tutto questo?

Alcuni punti sono saldi. I dischi mi permettono di ascoltare la musica, i telescopi di godere della bianca luce riflessa dei pianeti. Entrambi però sono già stati inventati da tempo, almeno da una generazione. Certo, con i DVD ascolto musica migliore che con le musicassette, e le nuove automobili sono più veloci, sicure e silenziose delle precedenti. Ma non mi basta. I computer di cinque anni fa, di dieci anni fa, potrebbero fare tutto quello che un utente medio abbisogna: navigare in internet, scrivere testi, stampare documenti, visualizzare fotografie. Tutto questo progresso tecnologico in cui siamo immersi comincia a sembrarmi futile ed irreale.

Se fosse solo per le ricadute tecnologiche, abbandonerei la fisica all’istante. Ma c’è un altro motivo che mi trattiene, che io ritengo almeno altrettanto importante. La fisica ha, in confronto a tutte le altre discipline di pensiero che l’uomo abbia mai sviluppato, una caratteristica che io trovo cruciale: la convivenza tra conoscenza matematica, logica causale e aderenza alla realtà.

Guardate il telegiornale e riflettete sulle notizie. Osservate le questioni politiche, le questioni sociali. Ascoltate le discussioni accese. Quasi sempre, la difficoltà dei problemi risiede in una basilare incapacità di collegare un evento alle sue cause e alle sue possibili conseguenze. O peggio ancora: in una fondamentale cecità riguardo all’esistenza stessa di cause e conseguenze di ogni evento.

Prendiamo il riscaldamento globale. La terra si sta probabilmente scaldando a causa delle attività umane. Se la comunità internazionale non prende delle contromisure rapide e – ahinoi – drastiche, i nostri nipoti o bisnipoti vivranno in una guerra permanente. I collegamenti logici sono in questo caso talmente facili da risultare banali. Temperature alte implicano scoglimento dei ghiacci, aumento della salinità del mare, siccità crescente. Tutti questi fenomeni, uniti alla probabile scarsità di fonti energetiche, implicano una probabile guerra planetaria. Eppure i grandi decisori sono muti. Gli statisti stimano più importanti le questioni politiche classiche: le sfere di influenza, il colonialismo, la ricchezza economica. È una strategia politica evidentemente suicida.

Prendiamo la crisi economica. Il nostro sistema economico, capitalistico, si basa sull’idea che il successo di un’azienda o di una nazione possa essere valutato tramite indicatori percentuali di crescita. La Cina cresce del 10%, brava. L’Italia dello 0,5%, meno brava. Gli Stati Uniti recedono dell’1%, orrore! Questo metro di giudizio percentuale è chiaramente folle. Intanto non è sostenibile nel lungo periodo, perché non considera la finitezza delle materie prime, della forza lavoro e del numero di consumatori – la funzione esponenziale esplode a +∞. In secondo luogo, non tiene conto che una crescita del 100% per un’azienda che vale 1$ è molto più semplice da ottenere rispetto a una crescita del 2% per un’altra che vale 100.000$. Basta pensarci su cinque minuti per capire che non c’è niente di strano nel fatto che la Cina cresca più dell’Europa e il Vietnam più della Cina stessa. La conclusione è la solita: il sistema è suicida.

Prendiamo un problema meno generale, il problema-calcio. Prima di tutto è manifestatamente insensato che un calciatore guadagni più di un funzionario di responsabilità, come un ingegnere o un magistrato. In secondo luogo, è necessario ridefinire il concetto di sport, ricollegandolo al suo fine principale, cioè non la vittoria ma la partecipazione, l’impegno. Infine, è noto da secoli che la certezza della pena è il metodo di educazione più efficace negli adulti: ogni tifoso violento viene multato di un bel po’ di soldini ogni volta che è sospettato di disordini nello stadio. Invece si fanno sempre discorsi poco logici e molto emotivi, come i minuti di silenzio, le dichiarazioni di buona volontà…

Quelli sopra esposti sono tre esempi che illustrano tutta la potenza del ragionamento fisico: utilizzo della logica causale, conoscenza basilare della matematica e confronto con la realtà. Il potere educativo della fisica è, sotto questo aspetto, immenso. In altre parole, l’utilità della fisica non è tanto nei suoi contenuti, che pure sono appassionanti e hanno importanti ricadute tecnologiche, quanto nel metodo. Ogni volta che, in una discussione, avviciniamo un interlocutore al metodo fisico, contribuiamo al benessere della società. Ogni volta che combattiamo discorsi basati sui dogmi, sui luoghi comuni, sulla pigrizia, sul conservatorismo della paura, sulla follia entusiastica dell’anarchismo, su ipotesi infondate, salti logici e idealismo (scarso realismo), abbiamo migliorato il mondo in cui viviamo.

Il metodo fisico è una delle più grandi vette della cultura umana ed una delle componenti irrinunciabili di una società consapevole, delle proprie capacità e dei propri limiti.

Utilità della fisica (1)

Negli ultimi tempi mi sono spesso chiesto, a volte in maniera ossessiva, quale fosse la principale utilità della Fisica nella formazione e nella vita di una persona.

Quando, tre anni fa, ho deciso il corso di studi che avrei intrapreso, è stata una scelta passionale, “di pancia”. Semplicemente, mi accorgevo che il metodo di ragionamento della fisica si adattava bene alla mia forma mentis, alla mia maniera di pensare. Di conseguenza ho sempre trovato i problemi di fisica piuttosto stimolanti, alcuni più e altri meno, ma senza una vera preferenza di principio per un campo o un altro.

Dopo qualche tempo però, ho iniziato a chiedermi se non fosse una scelta fondamentalmente egoistica. E’ vero che mi diverto molto a studiare i fenomeni naturali, a modellizzarli, a collegarli tra loro. Però non riesco a non chiedermi: a che scopo faccio tutto questo? tutta questa conoscenza sarà utile a qualcuno o rimarrà confinata ad una stretta cerchia di esperti, senza alcuna utilità pratica per l’umanità?

In realtà questa domanda non è venuta soltanto a me, anzi è probabilmente la prima cosa che una persona comune si chiede. Al liceo prima, all’università poi ho sentito molti compagni porsi questa questione di fondo. Perché devo spaccarmi la schiena sui libri per imparare la forza di Lorentz? o la macchina di Carnot? Perché devo rinunciare a una bella passeggiata in montagna per ripassare gli urti elastici?

Per uno studente universitario esiste in effetti una risposta che taglia il nodo gordiano: per vivere. O meglio: per trovare un lavoro, quindi guadagnare, quindi vivere. I liceali trovano una ragione ancor più banale: per la sufficienza. Che poi è lo stesso discorso: per la sufficienza, quindi il diploma, quindi il lavoro, quindi la vita.

Questa risposta è molto superficiale e non resiste ad una semplice analisi. Esistono lavori in tutti i campi e di tutti i tipi: perché uno dovrebbe studiare fisica invece di economia, giurisprudenza, teologia? Allora si può ribattere: perché mi piace di più!

E siamo tornati al punto di partenza: mi piace. Questa è naturalmente una ottima ragione, però di stampo prettamente egoistico: mi piace.

Personalmente, ritengo questa motivazione poco motivante. Come posso essere cosciente dei mille problemi del mondo, della povertà, della fame, delle guerre e delle mafie, limitando contemporaneamente il mio principale contributo ad una questione di puro piacere? Forse che gli altri non esistono, che non hanno bisogno di aiuto? Viviamo forse in un mondo perfetto, in cui tutti fanno ciò che più piace loro senza curarsi dei più deboli, anzi cercando di non vederli, di non toccarli, di non venir turbati dalla loro peggiore condizione?

Noi Europei siamo maestri di critica superba. Ma che razza di persone siamo, se tutto il nostro studiare, se tutto il nostro lavorare è finalizzato al piacere, all’acquisto di un’auto, alle vacanze ai tropici? Il progresso conoscitivo vale più della vita dei paria del mondo?