Nell’ultimo periodo mi sono interessato alla teoria dei vetri. Il mio interesse verso questo campo sgorga da molte fonti, alcune delle quali non sono più che embrioni di intuizioni. L’argomento certo è che i vetri e i sistemi disordinati formano la base di moltissimi materiali vastamente utilizzati nella vita quotidiana delle persone: non solo finestre e specchi, ma creme, latti, nebbie, polimeri (!).
In questi giorni però ho maturato anche un’altra idea, che sembra dar forma ad un presentimento che provo da lungo tempo. L’ipotesi centrale è che esista un’analogia studiabile tra le particelle di un sistema vetroso e le persone di una società.
Le particelle di un vetro non hanno dei vincoli spaziali rigidi come quelle di un cristallo, che oscillano intorno a posizioni precise e costanti nel tempo. Non hanno nemmeno la libertà di movimento di quelle di un liquido, che possono spostarsi attraverso tutto il liquido stesso in tempi relativamente brevi e senza grossi ostacoli. Piuttosto, esse sono semilibere nel senso che possono spostarsi per quanto consentito dalle particelle vicine, che formano una sorta di “gabbia energetica”. In pratica ogni particella si può muovere con grande libertà all’interno di un perimetro dai contorni fluttuanti e determinato dai primi vicini. Essa occupa, all’interno di questa gabbia, delle posizioni casuali e variabili nel tempo. Essa può superare questi confini sfumati solo gon grande difficoltà, cioè con bassa probabilità.
Allo stesso modo, credo si possa dire che il pensiero di ogni persona, o quantomeno le sue espressioni sociali come l’etica e il comportamento pubblico, siano semilibere, nel senso della spiegazione seguente. Ognuno di noi è circondato da un gruppo ristretto di persone che formano la quotidianità, l’intimità, la familiarità. Le nostre opinioni e i nostri comportamenti pubblici sono fortemente vincolati da questi primi conoscenti, che ci impediscono di spaziare in maniera libera attraverso la gamma di azioni e pensieri possibili e definiscono il confine fluttuante della pazzia. All’interno di una gabbia di valori e comportamenti più o meno condivisa tra i primi conoscenti, possiamo muoverci in maniera molto fluida, manifestando nel tempo diversi aspetti della nostra personalità, unicità. Cionondimeno accade di rado che ci ribelliamo in parte a questi vincoli ed agiamo o pensiamo in maniera inattesa.
La probabilità che una persona manifesti questo strappo con il “liquido sociale prossimo” in cui è immersa è generalmente bassa, ma può variare in conseguenza a molti fattori esterni, come il periodo della vita, il clima politico, la presenza di figli o genitori bisognosi di cure, lo status economico, ecc. Non mi parrebbe impossibile definire tramite questi concetti una temperatura sociale di ogni persona, che riassume in maniera approssimata la sua propensione a superare la gabbia sociale dei primi conoscenti, in analogia con la temperatura di un campione vetroso.
In quest’analogia trovamo forse spazio i fenomeni sociali collettivi coerenti, come le rivoluzioni. Essi potrebbero essere visti come una perturbazione percolativa del tessuto sociale. In altre parole, l’improvvisa fuga di un piccolo numero di conoscenti dagli schemi sociali dei relativi primi vicini potrebbe comportare una reazione a catena secondo comportamenti emulatori.












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