Archivio per Novembre 2008

degli scambi a somma nulla ovvero delle banche

Ieri sera ho visto al cinema un documetario sulla finanza contemporanea, Let’s make money, di Erwin Wagenhofer. Come spesso capita, e sebbene le singole scene fossero in sé anche divertenti, nel complesso è stato terribilmente deprimente. Come spesso mi capita, l’aspetto più impressionante è pensare che non si tratta di una finzione, ma della realtà, della nostra realtà. Ovviamente è impossibile comprimere la complessità del mondo in due ore di pellicola, ciononostante il tentativo è esattamente la descrizione, più o meno oggettiva e approssimata, di una situazione reale.

Il film mi ha aiutato a dar forma scritta ad alcune riflessioni che mi girano in testa da tempo. Il sistema bancario attuale è imperniato sul seguente giudizio: quando io guadagno dei soldi, mi conviene portarli in banca piuttosto che custodirli personalmente. I motivi più importanti sono:

  1. sicurezza di custodia: una banca è molto meglio protetta contro i furti di quanto lo sia casa mia;
  2. sicurezza di trasporto: l’utilizzo di denaro elettronico, che richiede l’utilizzo di una banca, rende più sicuri gli acquisti di grande valore, perché è molto meno soggetto ai borseggi;
  3. rendita da capitale: la banca è in grado di garantire una certa percentuale di interessi sul denaro depositato.

La rendita da capitale è probabilmente il motivo più debole tra quelli elencati; gli interessi ci fanno comodo, ma non sono altrettanto importanti come la difesa da furti e borseggi. Ora, la domanda fondamentale è: come riescono le banche a garantire gli interessi? In questa frase il “come” non è utilizzato per esprimere stupore, ma come sinonimo di “in che modo”, “con quali strumenti”, “per quali vie” e simili.

La risposta superficiale è: tramite gli investimenti. Però a me interessa anche un’analisi più profonda, che faccia luce sulle sorgenti prime degli investimenti. Una risposta esaustiva è evidentemente fuori portata per questo articolo, però credo di individuare un punto cruciale che si può spiegare in poche righe.

infamous, 1818 H Street.

Il commercio è per sua natura uno scambio a somma nulla, cioè l’ottenimento in una merce in cambio del denaro corrispondente alla merce stessa. In questo contesto gli interessi non esistono. Anzi, le banche dovrebbero essere pagate dai clienti, direttamente o attraverso le tasse, come ogni altro servizio privato o pubblico: scuola, sanità, ecc. Dunque, come si riescono a creare guadagni (gli interessi) in un simile contesto? Io individuo due possibili origini:

  1. i debiti o l’accentramento di capitali: le banche, avendo a disposizione grandi capitali uniti, possono prestarli a chi ne ha bisogno (imprese, individui) in cambio di un pagamento superiore. In sostanza, il denaro viene trasferito da chi ne ha bisogno a chi già lo possiede (le banche stesse, i correntisti);
  2. il mercato azionario: in borsa, lo scambio di poche azioni di una società a un prezzo diverso da quello attuale modifica automaticamente il prezzo di tutte le azioni di quella società. In altre parole, chi possiede le altre azioni, quelle non scambiate, riceve guadagni o perdite generate dal nulla.

Le conseguenze di queste due pratiche, cui noi siamo abituati, sono devastanti. Il sistema dei debiti fa pesare i guadagni dei soggetti economicamente forti, che hanno dei conti in attivo e ricevono gli interessi, sui soggetti più deboli del sistema, i quali si indeboliscono ancora di più. Inserita in un’ottica di globalizzazione, questa catena è direttamente interpretabile come causa primaria della povertà del sud del mondo. Il mercato azonario ammette e – peggio! – incentiva l’illusione di creare e distruggere ricchezza dal nulla. Come ogni fisico sa bene, una simile possibilità è in aperta contraddizione con l’esistenza di un sistema di valori/prezzi per le merci. Se l’energia non si conservasse in termodinamica nei sistemi a scambio nullo (isolati), l’intera teoria collasserebbe a causa delle contraddizioni! Per tornare alla finanza, l’unico esito plausibile in un’economia in crescita è la bolla-crisi finanziaria. No other way out.

La conclusione non può che essere la seguente: personalmente manifesto forti dubbi sull’accettabilità etica e sociale e, peggio, sulla coerenza interna del sistema bancario e finanziario attuale. Credo che le banche debbano essere costrette a ritrasformarsi in enti utili per le comunità, anche a costo di rinunciare completamente agli interessi sui conti attivi.

della libertà come atto

Tempo fa partecipai ad un’alba delle Dolomiti con Neri Marcorè. Tutta la performance fu splendida, ma il finale mi colpì particolarmente. Venne citato un testo di Giorgio Gaber:

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Forse fu l’atmosfera carica di aspettativa del primo mattino ad impressionarmi, forse anche le nuvole gonfie di pioggia e riflessioni. Da allora, penso spesso a quei quattro versi.

Ho sempre concepito la libertà come una potenza. Chi è libero può fare questo e quello, mentre il prigioniero non può. Tra i vari tipi di libertà, la democrazia ha un’importanza speciale, perché agisce sugli individui, ma viene controllata dalla collettività. In un regime democratico, le persone possono votare, possono pensare quello che vogliono e possono manifestare le loro opinioni, inoltre possono stamparle e pubblicarle.

Allora perché, anche se vivo in un regime democratico, mi sento muto e poco rappresentato? Perché le decisioni degli organi collettivi di governo ed amministrazione sono così spesso in contrasto con una parte importante della popolazione?

Credo che una delle ragioni fondamentali stia proprio nella necessità di trasformare in atto la libertà democratica potenziale. I diritti civili non sono una un’entità stabile nel futuro, cioè non si conservano da soli. Per conservare i nostri diritti, dobbiamo esercitarli. Così, quando possiamo esprimere la nostra opinione, dobbiamo farlo. Quando possiamo scrivere ad un giornale, scegliere un governante o andare in piazza a protestare, dobbiamo farlo.

Può sembrare contraddittorio che i diritti debbano essere sfruttati. E’ opinione diffusa che il diritto sia l’esatto opposto del dovere. Logicamente parlando, questo è falso; tutti i doveri sono anche diritti.