della libertà come atto

Tempo fa partecipai ad un’alba delle Dolomiti con Neri Marcorè. Tutta la performance fu splendida, ma il finale mi colpì particolarmente. Venne citato un testo di Giorgio Gaber:

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Forse fu l’atmosfera carica di aspettativa del primo mattino ad impressionarmi, forse anche le nuvole gonfie di pioggia e riflessioni. Da allora, penso spesso a quei quattro versi.

Ho sempre concepito la libertà come una potenza. Chi è libero può fare questo e quello, mentre il prigioniero non può. Tra i vari tipi di libertà, la democrazia ha un’importanza speciale, perché agisce sugli individui, ma viene controllata dalla collettività. In un regime democratico, le persone possono votare, possono pensare quello che vogliono e possono manifestare le loro opinioni, inoltre possono stamparle e pubblicarle.

Allora perché, anche se vivo in un regime democratico, mi sento muto e poco rappresentato? Perché le decisioni degli organi collettivi di governo ed amministrazione sono così spesso in contrasto con una parte importante della popolazione?

Credo che una delle ragioni fondamentali stia proprio nella necessità di trasformare in atto la libertà democratica potenziale. I diritti civili non sono una un’entità stabile nel futuro, cioè non si conservano da soli. Per conservare i nostri diritti, dobbiamo esercitarli. Così, quando possiamo esprimere la nostra opinione, dobbiamo farlo. Quando possiamo scrivere ad un giornale, scegliere un governante o andare in piazza a protestare, dobbiamo farlo.

Può sembrare contraddittorio che i diritti debbano essere sfruttati. E’ opinione diffusa che il diritto sia l’esatto opposto del dovere. Logicamente parlando, questo è falso; tutti i doveri sono anche diritti.

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