the gothic cathedral and the tiny colorful swarm

1905, publication of the special theory of relativity. The pivotal point of decades of frustration, the priceless fruit of a bright mind. It burns the scientific community like napalm the forest. Few, among the gracious ones, believe the achievement: such a mass of experimental evidence, that wild, unpredictable, capricious animal, has been tamed to a single article, a few pages of masterly rational arguing.

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Amid the widespread skepticism within the inner sanctum of theoretical physics, the theory itself happens to match the Zeitgeist quite closely. In an unprecedented powerful manner, it supports the then popular idea that the world is a simple construction. Sure, there are a few oddities here and there, such as the photoelectric effect or, much later, black holes, but they are only the sparkling windows and polychrome vaults of an essentially bare frame, marvelously robust and light at the same time. And alongside goes the society; sure, black people are squatting remote corners of the globe, homosexuality is not unheard of, and Marx is taken inspiration from somewhere in the boundless prairies of Russia, but all these are short-lived exceptions, hardly worth mentioning.

The scientific method has not changed much since then.

2003, completion of the human genome project. Countless hours of teamwork are poured into this brute-force scale-up of the sequencing protocol. The result is, in many ways, a disaster. Of the 3 billions nucleotides that form our genetic code, 2% are doing what we expect, they encode for useful molecules that are being produced for a vaguely known purpose. When biologists start thinking about the other 98%, it slowly becomes clear that  good-for-all recipes are not in sight, nor to be expected. The distillate of ten years of biological research is like a good brandy: the abundant ingredients are known but far from sufficient for a complete liquor, and a myriad of little, barely noticeable spirits contribute in equally crucial part to the success of the mixture.

Once again, this result resonates well in the contemporary society. As easily as finding insects of different shapes and colors, with wings or antennae, deadly poisonous or delicious, we discover ourselves surrounded by very special people, each slightly different and peculiar, and good manners are only helping that much. Beyond the blindfold of law, we enjoy our own tiny colorful swarm.

la vita come diversivo

Lo spunto per questo articolo viene dal libro di Colin Beavan, Un anno a impatto zero, Cairo ed. 2010. L’autore sperimenta per un anno una vita a basso impatto ambientale: niente rifiuti, niente mezzi di trasporto inquinanti, niente sprechi. Tutto il libro è interessante, ma una frase in particolare mi ha colpito. L’autore si lamenta che i cartoni della pizza d’asporto siano fatti di materiali usa e getta:

Non c’era motivo di mettere la pizza su un vassoio fatto con un albero morto. I cervelloni della nostra cultura non riuscivano a trovare un modo ecologicamente razionale per fare certe cose?

Ora, vi potrete immaginare la scena: io sono un cervellone! Il termine in sé non mi piace, ma il significato è quello, cioè scenziato, intellettuale, uno che lavora più con la testa che con le braccia. E la domanda è pertinente e disarmante. Come sempre, la domanda semplice è la più efficace.

The Causes of The Great Depression

Viviamo nell’epoca di maggiore fioritura della cultura umana. Non voglio sminuire le civiltà precedenti, ma pensate solo ai sistemi educativo e informativo nei Paesi industrializzati. Le scuole pubbliche, le biblioteche, i musei; e le antologie, i giornali, internet. E pensate alla ricerca scientifica: alla Fisica Quantistica, all’Ingegneria Genetica, alla Neuroscienza Cognitiva. E pensate, infine, all’industria; all’immensa complessità di un’automobile, alla straordinaria abitudine degli aeroplani, ai miliardi di transistori contenuti in un microprocessore per cellulari. Possibile che una simile società non riesca a risolvere un problema come quello dei vassoi della pizza?

Non credo. Gli scienziati del nostro tempo non lo cercano nemmeno, un modo “ecologicamente razionale”. Gran parte dei nostri cervelloni lavorano per società private a scopo di lucro. Il loro lavoro consiste nello sviluppare tecnologie vendibili; i modi “ecologicamente razionali” vengono ricercati soltanto se da essi si può trarre un profitto. In questo caso, la creatività viene ingabbiata dalle necessità commerciali. Poi, una parte degli scienziati è impiegata nella ricerca pubblica. Essi sono in parte slegati dalla logica del profitto, ma la loro attività è quasi sempre scoordinata, e spesso mirata più alla soddisfazione di curiosità intellettuali che alla soluzione di problemi reali. La società e la politica non esercitano alcuna pressione affinché la ricerca sia concentrata sui temi centrali del mondo contemporaneo. Lo scienziato è libero quanto un vecchio rudere in disuso: abbandonato a se stesso.

Eppure, sono convinto che molti di questi scienziati sarebbero ben contenti di contribuire su questioni importanti come il cambiamento climatico, i rifiuti, l’energia pulita. Rifletteteci: la situazione è paradossale. La società spende cifre esorbitanti per formare gli intellettuali: la matematica, la filosofia, la storia.  Alla fine, essi sono pronti per ricambiare, mettendo a frutto la loro eccezionale miscela di creatività esplosiva e cultura profonda. Allora, proprio nel momento in cui sono più produttivi, gli scienziati vengono sprecati, per sviluppare dentifrici più rinfrescanti o pneumatici più performanti, o per scrivere articoli insignificanti su riviste specialistiche di nicchia. Ed essi, distratti dalle questioni cruciali, frustrati da occupazioni noiose con  scopi ridicoli, vivono la vita come un diversivo, ripetendosi che in fondo sì, quello che desiderano, è solo un altro televisore al plasma.

dell’oblio della realtà o del trionfo della località

Negli ultimi tempi ho studiato un poco matematica finanziaria. Non ho approfondito, ma mi sono fatto un’idea sul funzionamento degli investimenti finanziari. Cercherò innanzitutto di descrivere la struttura generale, poi farò alcuni commenti.

Stock Exchange - by Travel Aficionado

La finanza è basata su due elementi: teorie matematiche e ipotesi economiche generali. In breve, le ipotesi astratte consentono di applicare una serie di teoremi molto potenti, che forniscono infine dei consigli pratici: quando e come è più conveniente investire, quando invece c’è rischio di crisi, e così via. Obiettivo della teoria finanziaria è massimizzare il guadagno dell’investitore.

Come spesso accade in matematica applicata, un punto debole di tutto l’apparato sono le ipotesi iniziali. Alcune di esse risultano all’uomo comune piuttosto irreali, ad esempio:

  1. il mercato ha liquidità infinita, cioè gli investitori non hanno mai problemi nel convertire le azioni in denaro;
  2. gli scambi avvengono senza interruzioni, cioè la borsa è aperta giorno e notte, tutti i giorni dell’anno;
  3. esistono degli investimenti a rischio nullo e tasso di interesse positivo (e basso): le banche e gli Stati.

L’ultima ipotesi riportata è particolarmente azzardata. La teoria non indaga le origini della ricchezza, ma prende come dato di fatto che alcuni grandi soggetti economici (le banche, gli Stati) siano capaci, misteriosamente, di generare interessi senza assumersi alcun rischio.

In questo senso la finanza è una teoria locale, che “vede” solo quello che succede vicino all’investitore (i prezzi, i contratti) ed è cieca e disinteressata riguardo alla società economica nella sua globalità.

Un atteggiamento simile è irresponsabile, pericoloso e potenzialmente autodistruttivo. La teoria finanziaria viene applicata tutti i giorni nelle borse di tutto il mondo, ma nessuno (!) è in grado di controllare nel dettaglio la provenienza della ricchezza e delle merci.

Ciononostante, alcuni punti possono essere fissati:

  1. il livello di competenza (matematico-economica) necessario per investire in borsa è molto alto; per questo i grandi istituti, che raggruppano i più brillanti analisti fianziari, sono largamente avvantaggiati rispetto ai singoli investitori; ne consegue che la borsa è un sistema che succhia ricchezza da un gran numero di “ignoranti” e la concentra nelle mani di pochi, potenti soggetti economici (banche d’affari, società finanziarie);
  2. la finanza prospera sul debito pubblico, perché si basa sull’esistenza di debiti sicuri a tasso positivo (titoli di Stato); poiché i debiti dello Stato vengono pagati dai cittadini tramite le tasse, la borsa trasferisce denaro da un gran numero di cittadini “tassati” a una ristretta cerchia di soggetti economici forti (vedi sopra);
  3. la speculazione succhia ricchezza dai lavoratori che producono le merci, gonfiando i prezzi e pigliandosi la differenza;
  4. l’aumento dei prezzi causato dalla finanza genera pressione concorrenziale sui soggetti economici “reali” (imprenditori, lavoratori), concentrandosi sui più deboli (imprese in difficoltà, lavoratori sfruttati).

In particolare, l’ultima considerazione lascia intuire che il “cappello finanziario” dell’economia rappresenti un fattore importante nel mantenimento dello status quo socio-economico squilibrato tipico dell’età contemporanea (fame nel mondo, lavoro minorile).

Ovviamente, per gli investitori più accorti, la finanza genera un sacco di soldi. Ne vale la pena?

degli scambi a somma nulla ovvero delle banche

Ieri sera ho visto al cinema un documetario sulla finanza contemporanea, Let’s make money, di Erwin Wagenhofer. Come spesso capita, e sebbene le singole scene fossero in sé anche divertenti, nel complesso è stato terribilmente deprimente. Come spesso mi capita, l’aspetto più impressionante è pensare che non si tratta di una finzione, ma della realtà, della nostra realtà. Ovviamente è impossibile comprimere la complessità del mondo in due ore di pellicola, ciononostante il tentativo è esattamente la descrizione, più o meno oggettiva e approssimata, di una situazione reale.

Il film mi ha aiutato a dar forma scritta ad alcune riflessioni che mi girano in testa da tempo. Il sistema bancario attuale è imperniato sul seguente giudizio: quando io guadagno dei soldi, mi conviene portarli in banca piuttosto che custodirli personalmente. I motivi più importanti sono:

  1. sicurezza di custodia: una banca è molto meglio protetta contro i furti di quanto lo sia casa mia;
  2. sicurezza di trasporto: l’utilizzo di denaro elettronico, che richiede l’utilizzo di una banca, rende più sicuri gli acquisti di grande valore, perché è molto meno soggetto ai borseggi;
  3. rendita da capitale: la banca è in grado di garantire una certa percentuale di interessi sul denaro depositato.

La rendita da capitale è probabilmente il motivo più debole tra quelli elencati; gli interessi ci fanno comodo, ma non sono altrettanto importanti come la difesa da furti e borseggi. Ora, la domanda fondamentale è: come riescono le banche a garantire gli interessi? In questa frase il “come” non è utilizzato per esprimere stupore, ma come sinonimo di “in che modo”, “con quali strumenti”, “per quali vie” e simili.

La risposta superficiale è: tramite gli investimenti. Però a me interessa anche un’analisi più profonda, che faccia luce sulle sorgenti prime degli investimenti. Una risposta esaustiva è evidentemente fuori portata per questo articolo, però credo di individuare un punto cruciale che si può spiegare in poche righe.

infamous, 1818 H Street.

Il commercio è per sua natura uno scambio a somma nulla, cioè l’ottenimento in una merce in cambio del denaro corrispondente alla merce stessa. In questo contesto gli interessi non esistono. Anzi, le banche dovrebbero essere pagate dai clienti, direttamente o attraverso le tasse, come ogni altro servizio privato o pubblico: scuola, sanità, ecc. Dunque, come si riescono a creare guadagni (gli interessi) in un simile contesto? Io individuo due possibili origini:

  1. i debiti o l’accentramento di capitali: le banche, avendo a disposizione grandi capitali uniti, possono prestarli a chi ne ha bisogno (imprese, individui) in cambio di un pagamento superiore. In sostanza, il denaro viene trasferito da chi ne ha bisogno a chi già lo possiede (le banche stesse, i correntisti);
  2. il mercato azionario: in borsa, lo scambio di poche azioni di una società a un prezzo diverso da quello attuale modifica automaticamente il prezzo di tutte le azioni di quella società. In altre parole, chi possiede le altre azioni, quelle non scambiate, riceve guadagni o perdite generate dal nulla.

Le conseguenze di queste due pratiche, cui noi siamo abituati, sono devastanti. Il sistema dei debiti fa pesare i guadagni dei soggetti economicamente forti, che hanno dei conti in attivo e ricevono gli interessi, sui soggetti più deboli del sistema, i quali si indeboliscono ancora di più. Inserita in un’ottica di globalizzazione, questa catena è direttamente interpretabile come causa primaria della povertà del sud del mondo. Il mercato azonario ammette e – peggio! – incentiva l’illusione di creare e distruggere ricchezza dal nulla. Come ogni fisico sa bene, una simile possibilità è in aperta contraddizione con l’esistenza di un sistema di valori/prezzi per le merci. Se l’energia non si conservasse in termodinamica nei sistemi a scambio nullo (isolati), l’intera teoria collasserebbe a causa delle contraddizioni! Per tornare alla finanza, l’unico esito plausibile in un’economia in crescita è la bolla-crisi finanziaria. No other way out.

La conclusione non può che essere la seguente: personalmente manifesto forti dubbi sull’accettabilità etica e sociale e, peggio, sulla coerenza interna del sistema bancario e finanziario attuale. Credo che le banche debbano essere costrette a ritrasformarsi in enti utili per le comunità, anche a costo di rinunciare completamente agli interessi sui conti attivi.

della libertà come atto

Tempo fa partecipai ad un’alba delle Dolomiti con Neri Marcorè. Tutta la performance fu splendida, ma il finale mi colpì particolarmente. Venne citato un testo di Giorgio Gaber:

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Forse fu l’atmosfera carica di aspettativa del primo mattino ad impressionarmi, forse anche le nuvole gonfie di pioggia e riflessioni. Da allora, penso spesso a quei quattro versi.

Ho sempre concepito la libertà come una potenza. Chi è libero può fare questo e quello, mentre il prigioniero non può. Tra i vari tipi di libertà, la democrazia ha un’importanza speciale, perché agisce sugli individui, ma viene controllata dalla collettività. In un regime democratico, le persone possono votare, possono pensare quello che vogliono e possono manifestare le loro opinioni, inoltre possono stamparle e pubblicarle.

Allora perché, anche se vivo in un regime democratico, mi sento muto e poco rappresentato? Perché le decisioni degli organi collettivi di governo ed amministrazione sono così spesso in contrasto con una parte importante della popolazione?

Credo che una delle ragioni fondamentali stia proprio nella necessità di trasformare in atto la libertà democratica potenziale. I diritti civili non sono una un’entità stabile nel futuro, cioè non si conservano da soli. Per conservare i nostri diritti, dobbiamo esercitarli. Così, quando possiamo esprimere la nostra opinione, dobbiamo farlo. Quando possiamo scrivere ad un giornale, scegliere un governante o andare in piazza a protestare, dobbiamo farlo.

Può sembrare contraddittorio che i diritti debbano essere sfruttati. E’ opinione diffusa che il diritto sia l’esatto opposto del dovere. Logicamente parlando, questo è falso; tutti i doveri sono anche diritti.

della matematica come paradigma

La matematica è una disciplina applicabile nella tecnica. I modelli matematici sono alla base di tutte le meraviglie della tecnologia moderna. Tuttavia, credo che la potenza applicativa della matematica risieda soprattutto nella sua funzione esemplificativa.

La matemtica è un mondo separato dalla realtà. Nel mondo matematico, gli eventi che accadono sono spesso semplici e controllabili. Per chi cerca di capire i meccanismi alla base dei fenomeni, questo è un enorme vantaggio. Inoltre, la matematica è basata sul concetto di definizione formale. Le variabili matematiche possono chiamarsi x, y, z oppure Pippo, Pluto, Fabio, senza che cambi alcunché nel fenomeno in sé.

Queste due peculiarità, semplicità e formalismo, forniscono alla matematica un carattere paradigmatico nei confronti del mondo reale. In parole semplici, è possibile riciclare un concetto o un sistema matematico nei problemi di tutti i giorni, per meglio comprenderli e risolverli.

L’esempio lampante, in sintonia con gli accadimenti di questi giorni, è il sistema economico. Nell’economia popolare, quella dei telegiornali e degli investitori non professionisti, il successo economico di un Paese è valutato tramite un solo indicatore, la crescita percentuale. La Cina, che cresce del 10% ogni anno, è un Paese di successo. L’Italia, che cresce poco o nulla, è una zona di quasi-fallimento. Un Paese che cresca costantemente del 2-3% può considerarsi soddisfatto; senza infamia e senza lodo.

Chi ha studiato un po’ di matematica, si rende subito conto della pericolosità di questi giudizi. Una crescita percentuale costante è ottimamente modellizzata da una funzione esponenziale. L’esponenziale ha tre caratteristiche fondamentali per questo discorso:

  1. è sempre positivo;
  2. è crescente;
  3. ha derivata crescente.

Il primo punto afferma che un Paese non crea mai, ma consuma sempre. Il secondo comporta che ogni Paese consuma sempre di più, mai di meno. Il terzo dice che la crescita assoluta è a sua volta crescente.

Le risorse naturali però sono limitate. Ciò è fortemente incompatibile con una crescita esponenziale. Se l’esponenziale non avesse la terza proprietà, sarebbe comunque incompatibile con l’ambiente. Se non avesse la seconda proprietà, sarebbe comunque incompatibile. Per rendere l’economia compatibile con il pianeta in cui viviamo, bisognerebbe applicare un modello economico che non possieda nessuna delle tre proprietà sopra esposte, mentre il modello attuale le ha tutte e tre. La conseguenza è diretta ed inveitabile: forse sarà tra 10 anni, forse tra 1000, ma la nostra civiltà si autodistruggerà. Sottolineo due aspetti. Primo: nessuno ci vedrà mai come civiltà antiche, come noi guardiamo ai greci o ai romani. Secondo: la morte di una civiltà non è un evento quotidiano e naturale, come la morte di una persona. Se muore una civiltà, ci sono guerre, morti violente, fame, malattia, odio.

Non voglio dilungarmi oltre sui difetti del nostro modello economico. Il ragionamento sopra esposto è un archetipo di quanto la matematica possa rivelarsi utile alla comprensione del mondo. La logica causale, la semplice modellizzazione della realtà non sono strumenti perfetti, ma rimangono mezzi molto utili per interpretare le situazioni e decidere i nostri comportamenti.

Se qualcuno lo spiegasse, al liceo, in una mattina di ottobre, invece di concentrarsi sulle funzioni trigonometriche, forse ne trarremmo tutti giovamento.

Teoria dei vetri e teoria della vita sociale

Nell’ultimo periodo mi sono interessato alla teoria dei vetri. Il mio interesse verso questo campo sgorga da molte fonti, alcune delle quali non sono più che embrioni di intuizioni. L’argomento certo è che i vetri e i sistemi disordinati formano la base di moltissimi materiali vastamente utilizzati nella vita quotidiana delle persone: non solo finestre e specchi, ma creme, latti, nebbie, polimeri (!).

In questi giorni però ho maturato anche un’altra idea, che sembra dar forma ad un presentimento che provo da lungo tempo. L’ipotesi centrale è che esista un’analogia studiabile tra le particelle di un sistema vetroso e le persone di una società.

Le particelle di un vetro non hanno dei vincoli spaziali rigidi come quelle di un cristallo, che oscillano intorno a posizioni precise e costanti nel tempo. Non hanno nemmeno la libertà di movimento di quelle di un liquido, che possono spostarsi attraverso tutto il liquido stesso in tempi relativamente brevi e senza grossi ostacoli. Piuttosto, esse sono semilibere nel senso che possono spostarsi per quanto consentito dalle particelle vicine, che formano una sorta di “gabbia energetica”. In pratica ogni particella si può muovere con grande libertà all’interno di un perimetro dai contorni fluttuanti e determinato dai primi vicini. Essa occupa, all’interno di questa gabbia, delle posizioni casuali e variabili nel tempo. Essa può superare questi confini sfumati solo gon grande difficoltà, cioè con bassa probabilità.

Allo stesso modo, credo si possa dire che il pensiero di ogni persona, o quantomeno le sue espressioni sociali come l’etica e il comportamento pubblico, siano semilibere, nel senso della spiegazione seguente. Ognuno di noi è circondato da un gruppo ristretto di persone che formano la quotidianità, l’intimità, la familiarità. Le nostre opinioni e i nostri comportamenti pubblici sono fortemente vincolati da questi primi conoscenti, che ci impediscono di spaziare in maniera libera attraverso la gamma di azioni e pensieri possibili e definiscono il confine fluttuante della pazzia. All’interno di una gabbia di valori e comportamenti più o meno condivisa tra i primi conoscenti, possiamo muoverci in maniera molto fluida, manifestando nel tempo diversi aspetti della nostra personalità, unicità. Cionondimeno accade di rado che ci ribelliamo in parte a questi vincoli ed agiamo o pensiamo in maniera inattesa.

La probabilità che una persona manifesti questo strappo con il “liquido sociale prossimo” in cui è immersa è generalmente bassa, ma può variare in conseguenza a molti fattori esterni, come il periodo della vita, il clima politico, la presenza di figli o genitori bisognosi di cure, lo status economico, ecc. Non mi parrebbe impossibile definire tramite questi concetti una temperatura sociale di ogni persona, che riassume in maniera approssimata la sua propensione a superare la gabbia sociale dei primi conoscenti, in analogia con la temperatura di un campione vetroso.

In quest’analogia trovamo forse spazio i fenomeni sociali collettivi coerenti, come le rivoluzioni. Essi potrebbero essere visti come una perturbazione percolativa del tessuto sociale. In altre parole, l’improvvisa fuga di un piccolo numero di conoscenti dagli schemi sociali dei relativi primi vicini potrebbe comportare una reazione a catena secondo comportamenti emulatori.